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Molti pensano che siano semplicemente dei pozzi.
In realtà facevano parte di un sistema molto ingegnoso che permetteva alla città di raccogliere e conservare l’acqua piovana. A Venezia infatti non esistevano sorgenti di acqua dolce.
La vera da pozzo
La vera da pozzo era la struttura di pietra visibile nel campo. Si trovava sopra la cisterna sotterranea che raccoglieva l’acqua piovana filtrata attraverso strati di sabbia e calce. Oltre alla funzione pratica, aveva anche un ruolo decorativo.
Molte vere da pozzo sono scolpite e riportano gli stemmi degli Avogadori de Comun, i magistrati che controllavano la costruzione e la manutenzione delle cisterne.
Come veniva controllata l’acqua
Il sistema era molto regolato.
Le cisterne venivano controllate dal Provveditore alla Sanità, che gestiva la distribuzione dell’acqua attraverso la Confraternita degli Acquaroli, istituita nel 1471.
Nel 1536 si stabilì che le cisterne dovessero restare chiuse e che le chiavi fossero affidate ai Capi di Contrada.
I pozzi venivano aperti solo due volte al giorno, al suono delle campane della parrocchia.
Era il momento in cui gli abitanti potevano raccogliere l’acqua.
Perché nei campi non c’erano alberi
Un dettaglio curioso riguarda proprio i campi veneziani.
Per secoli non venivano piantati alberi.
Il motivo era molto semplice: le radici avrebbero potuto danneggiare le cisterne o compromettere la qualità dell’acqua.
Gli alberi nei campi veneziani comparvero molto più tardi, verso la fine dell’Ottocento, quando la città fu dotata del suo primo acquedotto pubblico.
Oggi le vere da pozzo sono soprattutto elementi architettonici che decorano i campi della città.
Ma per secoli sono state fondamentali per la vita quotidiana dei veneziani.
Sono uno di quei dettagli che raccontano quanto fosse ingegnosa Venezia nel risolvere i problemi di vivere in mezzo all’acqua.
Passeggiando per la città vale la pena fermarsi un momento ad osservarle.




